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Acropoli di Tarquinia

 

“E chi voglia vedere il paesaggio cornetano in quanto ha di più vario, profondo, meditativo, deve guardarlo da questo ritiro elevato…; Meraviglioso è l’accordo fra ciò che sappiamo della Civita e le impressioni che ci destano le sue reliquie e la sua posizione…; La Civita è un mistero naturale e paesistico, una grossa macchinazione della fantasia religiosa e politica degli Etruschi.” Vincenzo Cardarelli traduceva queste emozioni nelle pagine del suo “Villa Tarantola” (1948) vincitore del Premio Strega. Emozioni che ancora la “Civita”, il pianoro più interno parallelo a quello della Necropoli, suscita ancora deserto, ancora denso di tracce profonde dell’antica civiltà degli Etruschi.
Passeggiare sulla Civita, che punta verso il mare che si intravede fra due quinte collinari, significa trovarsi nel vivo della vicenda di una delle più famose città etrusche. A tal proposito fanno eco le fonti letterarie che raccontano di Tarconte, il fondatore della città: arando una zolla di terra tarquiniese egli ne vede scaturire Tagete, il fanciullo nato vecchio, dal quale riceve i fondamenti della religione etrusca.
È così che la città assume un ruolo di primo piano per la cultura del popolo etrusco, che Tito Livio definisce “gente sopra ogni altra dedita alle pratiche religiose” (Liv. V, I, 6). La Civita di Tarquinia è formata da due pianori uniti da uno stretto istmo dove si sono svolti scavi sistematici fin dal XIX secolo. Nella prima metà del secolo scorso l’archeologo Pietro Romanelli ne ha messo in luce il profilo di città etrusca, scoprendo il circuito delle mura che unisce il Pian della Regina, con l’imponente santuario dell’Ara della Regina, al pianoro occidentale che conserva resti di edifici dell’abitato. Alla saldatura fra i due pianori, sul lato volto verso l’interno, rinvenne la porta che ancora oggi porta il suo nome, “Porta Romanelli”.

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